Le regioni a statuto speciale…pure troppo

Le Regioni a statuto specialeLe ragioni a statuto speciale hanno specifiche forme e condizioni di autonomia che le differenziano dalle altre. Sono state create tutte nel secondo dopo guerra e tutte con legge costituzionale. Nel 1948 fu la volta della Sicilia, della Sardegna, della Valle D’Aosta e del Trentino Alto Adige (composto a sua volta da due province autonome). Nel 1963 toccò al Friuli Venezia Giulia. Sono nate quindi prima delle regioni a statuto ordinarie arrivate solo nel 1970. Sono state pensate per rispondere a particolari esigenze storiche, geografiche, sociali e linguistiche delle suddette regioni.

La peculiarità di ogni regione speciale è regolata dallo Statuto regionale che, a differenza delle altre regioni dove è legge regionale, è  legge costituzionale. In generale tutte le regioni a statuto speciale godono di una maggiore autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria. La riforma del Titolo V della Costituzione avvenuta nel 2001 ha aumentato la forza e le competenze delle regioni ordinarie, attenuando le differenze con quelle speciali se si eccettua il lato finanziario. Si consideri infatti che la percentuale di contribuzione sui tributi erariali va dal 5 al 100% nel caso della Sicilia! Alle Regioni “normali” tocca molto meno di quel 5%!! Invece di sfruttare bene questo grado di autonomia erariale per meglio direzionare le risorse in base alle proprie esigenze, in certi casi si è preferito sperperare alla grande. Come più volte definito su questo blog, la maggiore autonomia da noi richiesta per gli enti locali non serve a niente se non cambia contemporaneamente la mentalità dei nostri politici. Inoltre la suddetta sperequazione non viene mai colmata da un ritorno successivo di risorse dallo Stato centrale alle regioni a statuto ordinario . Sembra quasi che lo Stato italiano in cambio della cessazione di richieste di autonomia totale, abbia elargito un benevolo sistema fiscale. Sembra quasi che lo Stato italiano queste regioni se le sia comprate.

Detto questo è nostro avviso che la tanto auspicata nuova riforma del Titolo V della Costituzione dovrebbe, oltre che a rivalutare i Comuni (scusate se su questo aspetto siamo noiosi), eliminare le regioni a statuto speciale. Non basta essere un’isola, avere un confine particolare od un dialetto che è una lingua (come tanti) per essere un soggetto diverso dalle altre regioni. Ogni regione italiana ha le sue forti determinazioni, non solo e non meno di quelle oggi definite come speciali. Per questo una riforma costituzionale dovrebbe aumentare di poco la discreta autonomia data dalla riforma del 2001 e valorizzarla, sgombrando i dubbi sulle competenze ed abbattendo la sperequazioni fiscali fra regioni speciali e non. Tutte le regioni dovrebbero essere enti dotati di autonomia fiscale impositiva o meglio derivata dai propri Comuni. Una volta incassato 100, ogni Comune dovrebbe dare una percentuale alla propria regione ed un’altra allo Stato centrale.

Uno dei perché la riforma Renzi ha fallito è proprio il fatto che non considerava (creando problemi di interpretazione fosse passata) né  toccava le Regioni a statuto speciale e toglieva spazio alle regioni a statuto ordinario. Nessuno ne parla più, ma una riforma della Costituzione italiana nella parte che riguarda le autonomie, rimane una delle priorità di questo Paese.

Joseph Gary

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